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 La "riforma" della Medicina Generale

Il medico di famiglia: l'ultima bestia da soma della sanità italiana

 

La politica sanitaria italiana ha finalmente realizzato il suo capolavoro: trasformare il medico di famiglia in una creatura mitologica.

Deve essere contemporaneamente medico, infermiere, amministrativo, statistico, psicologo, assistente sociale, informatico, controllore della spesa pubblica, esperto di procedure, compilatore professionista di moduli e, possibilmente, anche chiaroveggente.

Naturalmente tutto questo viene presentato come una grande modernizzazione.

In Italia, infatti, ogni volta che la politica pronuncia la parola "riforma", i professionisti sul territorio iniziano istintivamente a controllare il portafoglio e a prepararsi al peggio.

Da anni si annuncia la rinascita della medicina territoriale. Da anni si organizzano convegni, tavoli tecnici, commissioni, sottocommissioni, gruppi di lavoro e cabine di regia. Da anni si producono slide, slogan e comunicati stampa.

Nel frattempo, nei territori reali, quelli dove esistono ancora pazienti in carne e ossa, i medici invecchiano, i pensionamenti aumentano, i sostituti non si trovano e gli ambulatori si riempiono.

La risposta delle istituzioni?

Aggiungere altri compiti.

Se un ponte crolla perché i piloni sono troppo deboli, la soluzione politica italiana consiste nel caricarci sopra un altro camion.

Le AFT, le Case di Comunità, gli indicatori di performance, gli obiettivi da raggiungere, i monitoraggi continui e le verifiche periodiche vengono presentati come strumenti di efficienza.

Peccato che nessuno riesca a spiegare con precisione dove si troveranno il tempo, il personale e le risorse necessarie per far funzionare tutto questo.

Ma il dettaglio più affascinante è un altro.

Gli stessi governi che per anni hanno assistito alla progressiva desertificazione della medicina territoriale oggi sembrano sorpresi dalla carenza di medici.

È come assistere a qualcuno che svuota lentamente una piscina e poi convoca una commissione d'inchiesta per capire perché non c'è più acqua.

Per anni si è saputo quanti medici sarebbero andati in pensione.

Per anni si è saputo che la professione stava diventando sempre meno attrattiva.

Per anni si è saputo che la burocrazia stava divorando il tempo clinico.

Per anni si è saputo che i cittadini stavano aumentando mentre i professionisti diminuivano.

Eppure la programmazione è sembrata procedere con la velocità e la precisione di un sonnambulo che attraversa un'autostrada.

Quando poi emergono le criticità, il racconto pubblico è quasi sempre lo stesso: la colpa è di chi lavora sul territorio.

Una narrazione comoda.

Perché è più facile accusare il medico che affrontare decenni di scelte politiche contraddittorie, rinvii, interventi incompleti e pianificazioni ottimistiche al limite della fantasia.

E i sindacati?

Anche qui la storia merita un capitolo a parte.

Nati per difendere la professione, troppo spesso hanno dato l'impressione di limitarsi a negoziare le modalità con cui i medici avrebbero dovuto accettare l'ennesimo aggravio di compiti.

Comunicato dopo comunicato, tavolo dopo tavolo, accordo dopo accordo, la sensazione di molti professionisti è stata quella di assistere a una lunga trattativa sulla disposizione delle sedie mentre la nave continuava a imbarcare acqua.

Naturalmente i sindacati ricordano le battaglie combattute, i risultati ottenuti e i danni evitati.

Ma una domanda rimane.

Se la professione è arrivata a manifestare un livello di malcontento così elevato, se i giovani la evitano sempre più spesso e se il carico burocratico continua a crescere, è legittimo chiedersi quanto efficace sia stata la rappresentanza nel contrastare questa deriva.

Nel frattempo il medico continua la sua giornata.

Visita i pazienti.

Firma certificati.

Compila moduli.

Risponde a telefonate.

Gestisce piattaforme informatiche.

Corregge errori generati da altri uffici.

Subisce controlli.

Partecipa a riunioni.

Raggiunge obiettivi.

Aggiorna indicatori.

Produce statistiche.

E, tra una procedura e l'altra, prova ancora a fare medicina.

Forse è proprio questo il paradosso più straordinario della sanità italiana.

Mentre una parte della politica continua a progettare il futuro attraverso diagrammi, slogan e conferenze stampa, il presente viene tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di professionisti che lavorano dentro un sistema che pretende sempre di più e restituisce sempre meno.

E quando il sistema mostra le sue crepe, invece di interrogarsi su chi lo abbia progettato, finanziato e governato, si cerca ancora una volta un colpevole facile.

Possibilmente quello che, nel frattempo, sta visitando il paziente successivo.

 

tratto da facebook, post del Dott. Vincenzo Piso, MMG di Catania